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	<title>Tutta roba piccola</title>
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		<title>Perché Sic</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2012 10:47:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Terruzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; un diluvio di sentimenti e parole che non rallenta.  Al punto da rendere anomala la forma. Marco Simoncelli è un patrimonio universale, in nome suo accade di tutto in continuazione, il tam-tam rilancia desideri, emozioni e persino qualche speculazione, qualche forzatura da spettacolo, da talk show.  Non è questo il punto, ovviamente. Piuttosto, ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/10/small_111025-001647_to241011est_8369.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-126" title="small_111025-001647_to241011est_8369" src="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/10/small_111025-001647_to241011est_8369-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>E&#8217; un diluvio di sentimenti e parole che non rallenta.  Al punto da rendere anomala la forma. <strong>Marco Simoncelli</strong> è un patrimonio universale, in nome suo accade di tutto in continuazione, il tam-tam rilancia desideri, emozioni e persino qualche speculazione, qualche forzatura da spettacolo, da talk show.  Non è questo il punto, ovviamente.<span id="more-124"></span> Piuttosto, ad un anno dalla morte del Sic, viene da chiedersi come mai abbiamo a che fare, ciascuno per il suo verso, con la sua figura, i suoi gesti, le sue parole. Le risposte sono molteplici, ciascuna buona e lecita. Quella che più ho presente riguarda la natura del rapporto, abbinata mai come ora al passaparola immediato, multiplo e facile generato dai social network.  La natura appunto, mise e mette a confronto un ragazzo, anzi, un ragazzino, anzi uno strano bambino, con chi lo stava, lo sta a guardare. Questo bimbo, così fragile, esposto, buffo, sempre capace di proporre un linguaggio semplice e magari censurabile (come censuriamo talvolta i nostri figli che ripetono, senza nemmeno accorgersene, qualche parolaccia), a ciascuno di noi, a ciascuno dei nostri figli o fratelli somiglia. Somiglia ai bambini che siamo stati, alle prese con le bellezze e i primi nodi della vita. In tutto questo la pista, il Simoncelli pilota, c&#8217;entrano meno. La sua carriera agonistica, piuttosto, è servita a renderlo popolare. Un mezzo, dunque, con la sua bella immagine da guerriero, casco, tuta, quella roba lì, tipica dei campioni, utile però in questo caso a produrre un incontro sorprenente.</p>
<p>Perché, una volta atterrato in un box, in un luogo popolato dai suoi simili, Marco Simoncelli perdeva all&#8217;istante i tratti dell&#8217;eroe sportivo per trasformarsi in una persona ben più vicina, riconoscibile, appunto, simile a chi lo osservava, lo ascoltava.  E&#8217; questo, mi son detto e mi dico, che commuove e che tiene qui il Sic. La sensazione di avere a che fare con una ingiustizia perché, va bene tutto, ma se c&#8217;era un ragazzo da salvare, beh era quello là, lungo lungo, bravo certo, ma fragile come ciascuno di noi, come ci sentiamo noi dentro una tempesta, dentro una sfida da pista corredata da rischi e furori spaventosi. Quindi, una normalità violata, uno sproposito, una punizione che non solo pare una enormità: una cosa inaccettabile a fronte della quale possiamo compensare con una magia. Trattenendo il nostro ragazzo, il nostro cucciolo, il nostro protetto, alla faccia del destino. Non solo.</p>
<p>Questo ragazzo tenero che dobbiamo dare per morto, porta via un patrimonio raro. Qualcosa che non si trova facilmente nelle cronache, nelle giornate, nello sport.  Del resto, abbiamo così poco verso cui guardare con un sorriso, da rendere una privazione del genere insopportabile, una sorta di punizione multipla in un tempo da carestia.  E&#8217; che abbiamo fame, non sappiamo come procurarci il cibo e quel bambino là, guarda la Madonna se sbaglio, riusciva a nutrirci come può nutrirci un figlio, ecco, giocando, inciampando e sporcandosi la t-shirt.</p>
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		<title>Far finta di essere sani</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Sep 2012 09:56:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Terruzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non c&#8217;è sorpresa. Il presidente del Cagliari Cellino che se ne infischia della sicurezza, delle ordinanze, delle regole, del buon senso, del senso delle proporzioni. Beh? Siamo in linea con la tradizione. Siamo in linea con il personaggio. Anzi, con i personaggi.  I personaggi del calcio di questo Paese, così simili, nella gestione del potere, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/09/cellino.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-120" title="cellino" src="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/09/cellino-300x176.jpg" alt="" width="300" height="176" /></a>Non c&#8217;è sorpresa. Il presidente del Cagliari Cellino che se ne infischia della sicurezza, delle ordinanze, delle regole, del buon senso, del senso delle proporzioni. Beh? Siamo in linea con la tradizione. Siamo in linea con il personaggio. Anzi, con i personaggi.<span id="more-118"></span>  I personaggi del calcio di questo Paese, così simili, nella gestione del potere, a molti personaggi che il potere politico detengono e gestiscono.  Queste frasi innescano di norma l&#8217;accusa di qualunquismo. Il problema è che la questione pare talmente estesa da rendere sterminato l&#8217;elenco dei nomi e dei cognomi attorno ai quali specificare ed entrare nel merito. Perchè si percepisce una cupa relazione tra il signor Cellino, avvolto nella propria arroganza al punto da non avvertire il senso dell&#8217;amarisismo ridicolo che emana, e il signor Fiorito tragicomicamente protagonista della propria popolarità. I due sono divisi semplicemente da qualche pagina di giornale, dalla sequenza dei servizi mandati in onda dai telegiornali. Ma, per molti versi, simili, speculari nella radice dello stile. Uno stile che si basa sull&#8217;infrazione della regola, chissenefrega, &#8220;io voglio, posso, comando&#8221;. Non solo. C&#8217;è un nesso tra questa grottesca vicenda che ha circondato lo stadio sardo e il calcioscommesse, o meglio, c&#8217;è un nesso tra Cellino in quanto figura simbolica e il calciatore che punta denari su partite che lo vedono coinvolto. Entrambi viaggiano su binari dati per praticabili, percorribili da un costume diffuso e per molti versi impunito.  Un po&#8217; come se dare spettacolo, dare gioia e trovarsi per questo in una posizione di privilegio, generasse libertà assolute, autorizzasse ogni genere di comportamento, al di sopra e al di sotto della legge.</p>
<p>Siamo qui a discutere di Società sportive che hanno giustamente l&#8217;ambizione di funzionare come aziende. Bene, viene da chiedere a chi questi Club dall&#8217;amministrazione tanto complessa gestisce, quali siano i criteri fondamentali del modello verso il quale aspirano. Non soltanto in termini di gestione finanziaria, s&#8217;intende. Un Club, ogni club, dispone di uno statuto, che è poi un sistema di regole proprio e, se possibile, alto. La &#8220;Mission&#8221;, parola molto utilizzata e spesso svuotata di contenuti, a questo statuto si ispira. Ciò significa che ogni tesserato sottoscrive in sostanza la propria adesione alle regole. In termini di educazione, di etica, di rispetto, di impegno, di lealtà. Sono queste cosette che dovrebbero determinare il buon funzionamento di un&#8217;assemblea e, di conseguenza il raggiungimento di una meta. La cui misura non viene esaurita dal semplice risultato sportivo, dall&#8217;agonismo.  Ogni dirigente, a precisa domanda, conferma e rassicura. Sì, ma di parole a vanvera siamo stracolmi. Quale cultura, quale sistema di regole, quale etica segnalano nei fatti moltissimi dirigenti del calcio nostrano? Quale attenzione viene data alla reale educazione dei giovani atlleti che poi, magari, diventano campioni? In buona sostanza, quanto è distante il signor Cellino, con tutto il suo repertorio, da altri, tanti altri che ricoprono suoli di responsabilità nel calcio italiano? La domanda andrebbe girata, anche a porte chiuse, a chi nelle stanze del potere politico abita stabilmente e del calcio si vorrebbe occupare seriamente. Producendo finalmente qualche scarto, qualche presa di distanza autentica, qualche gesto davvero emancipato, moderno, illuminato.  Il vizio di cacciare il mister per sghiribizzo, capriccio, cambio di umore, è solo un sintomi,  è una piccola pena accessoria da mettere in vetrina ogni tre per due. I rapporti con la delinquenza che si annida nelle tifoserie, le modalità di trattare i comportamenti in campo e fuori dei propri tesserati (a cominciare da se stessi), gli atteggiamenti con i quali si strumentalizza ogni decisione dell&#8217;autorità (dall&#8217;arbitro alla magistratura) non sembrano temi all&#8217;ordine del giorno. Nella sostanza, s&#8217; intende. Anche se campeggiano sulle porte laccate delle sedi come manifesti buoni per far finta di essere sani. Il fatto è che l&#8217;insofferenza nei confronti delle regole mancate pare talmente diffusa da non permettere che i vizi cronici del calcio risultino materia secondaria. Al contrario, rischiano di produrre un allontanamento clamoroso. Come se anche questo spettacolo, teoricamente distensivo e divertente, fosse un ulteriore, insopportabile capitolo della nostra decadenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Isole del tesoro</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Sep 2012 12:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Terruzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella gioia di Alessandro Zanardi che sventola la bandiera italiana alla fine delle sue Olimpiadi c&#8217;è qualcosa che resiste nei giorni, i nostri, questi.  Forse una piccola ruga attorno agli occhi molto simile a quella offerta da Robert Kubica nelle stesse ore.  Per tenere al centro della scena questi due volti, queste due storie, basta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/09/ok.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-116" title="ImageJ=1.39b" src="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/09/ok-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a>Nella gioia di <strong>Alessandro Zanardi</strong> che sventola la bandiera italiana alla fine delle sue <strong>Olimpiadi</strong> c&#8217;è qualcosa che resiste nei giorni, i nostri, questi.  Forse una piccola ruga attorno agli occhi molto simile a quella offerta da <strong>Robert Kubica</strong> nelle stesse ore.  Per tenere al centro della scena questi due volti, queste due storie, basta dare un&#8217;occhiata all&#8217;edicola mentre sei lì ad acquistare un giornale.<span id="more-114"></span></p>
<p>Arriva l&#8217;autunno e questo cambio di stagione incastonato in un tempo gramo, per di più propedeutico all&#8217;inverno, offre sulle copertine patinate &#8211; una sfilza, messa lì come una rassegna di capi in vetrina &#8211; volti notissimi e triti nei loro sorrisi. C&#8217;è la solita presentatrice del programma domenicale, il solito presentatore del &#8220;nouvo&#8221; show del sabato, la trita signora del pomeriggio in tv,  eccetera, eccetera eccetera. Tornano e stanno, come se niente fosse. Somigliano a <strong>Gasparri</strong> che continua a parlare nei tg ad ogni ora, come se non avesse già detto e stradetto. Somigliano alla <strong>Santanchè</strong> che continua a strillare come  se avesse qualcosa di nuovo, di giusto, di ascoltabile, da distribuire. Somigliano a <strong>Veltroni</strong> che presenta il suo libro, come se fosse portatore di chissà che. Già, come se. Come se ci fosse davvero spazio ancora per avere a che fare con una memoria fresca e nostra, assai dolente, portatrice di un fallimento anche un po&#8217; nostro, dentro il quale stiamo cercando di uscirne in qualche modo. Possibilmente evitando di avere a che fare sistematicamente con i simboli del nostro percorso, così farcito di errori. Vediamo, anzi rivediamo per l&#8217;ennesima volta loro e rivediamo all&#8217; istante noi stessi, in qualche modo complici di una euforia effimera, di una complicità da pentimento, di un dissenso inascoltato, di una pigrizia colpevole.  Così, non potendo scaricare sull&#8217;altro, su altri, all&#8217;infinito, questa vena depressa che non ci molla, lì, stiamo, bloccati e inermi, incapaci di individuare un come. E&#8217; in questa penombra sprovvista di idee, scarica di energie che irrompono quelle rughe minime ma preziose. Sono  indizi certi sulla mappa del tesoro. Le rughe di Alessandro Zanardi e di Robert Kubica hanno qualcosa in comune, tra loro e con noi. Sono segni di una sofferenza suprema, segni che <strong>fornisce soltanto il dolore</strong>, non importa se fisico o psichico, segni che incide la paura, lo sgomento, la sensazione comunissima ed estrema, di smarrimento.  Non solo, per fortuna. Quelle rughe manifestano, nel contempo,  in una gioia intima e riconoscibile. Compaiono sopra volti incapaci di nascondere i capitoli di una avventura meravigliosa. In qualche modo indicano un&#8217;occasione colta. Il prezzo possiamo immaginarlo, sta esposto pure quello, in perfetta evidenza, con tanto di corredo fotografico. E&#8217; altro, certo, ed è per questo accettabile visto che proprio il prezzo fissa la luminosità del sorriso.  Questo e basta sulle copertine dovrebbe stare, questo va messo in evidenza, a casa, sui muri, ovunque.  <strong>Persone non semplicemente protagoniste di una rivincita</strong>, di un clamoroso riscatto, ma capaci di veicolare, persino senza volerlo, senza bisogno di alcun proclama, senza parole,  una voglia di mettersi in piedi, prendere su e partire, ripartire, fare disfare, spaccare legna, muri, montagne, alè.  Zanardi e Kubica, certamente. Come loro, molti altri, gente pronta a fare fronte e scovare risorse, qualunque cosa accada. Gente innamorata della vita e proprio per questo vivissima e capacissima di tritare una fatica che pare, talvolta,  insormontabile.  Entrambi, Kubica e Zanardi, sono stati costretti ad esplorare zone ignote. Dentro l&#8217;anima, la testa, attorno a loro, per un viaggio obbligato ma, visto ora, visto da qui, del tutto sorprendente.  Ciascuno di noi, pur in una necessità meno eclatante o meno drammatica, può cogliere lo straordinario suggerimento di un&#8217;esperienza così densa.  <strong>C&#8217;è sempre un residuo di energie da impegnare</strong>, un patrimonio intimo da investire, una forza misteriosa da scatenare.  Basta scovarla, mettersi in testa di potercela fare, provare a farcela.  Sfruttando la scia splendente di chi ce la fa, ce l&#8217;ha fatta, tralasciando modernamente, una buona volta, chi ci trattiene, sorridendo, in uno stagno buio.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;oro degli sconfitti</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Aug 2012 10:16:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Terruzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;avventura olimpica ha un sapore tipico, estivo, che in qualche modo resiste e resta dopo il sipario.  Qualcosa che va oltre il calcolo delle medaglie, la riscoperta di un nazionalismo da sport che ci porta a tifare per &#8220;i nostri&#8221; soprattutto quando i nostri sono volti mai visti, infilati in una competizione per molti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/08/Shin-A-Lam.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-112" title="South Korea's Shin reacts after being defeated by Germany's Heidemann during their women's epee individual semifinal fencing competition at the ExCel venue at the London 2012 Olympic Game" src="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/08/Shin-A-Lam-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a>L&#8217;avventura <strong>olimpica</strong> ha un sapore tipico, estivo, che in qualche modo resiste e resta dopo il sipario.  Qualcosa che va oltre il calcolo delle medaglie, la riscoperta di un nazionalismo da sport che ci porta a tifare per &#8220;i nostri&#8221; soprattutto quando i nostri sono volti mai visti, infilati in una competizione per molti di noi misteriosa, quasi ignota. <span id="more-110"></span> Ma ciò che più di ogni altro elemento colpisce e resta non è la gioia di chi vince. Piuttosto è il dolore di chi perde. Qualcosa che riguarda una condizione molto comprensibile da chi campione non è affatto.  Lo spettacolo dell&#8217;essere umano alle prese con un limite estremo credo sia l&#8217;ingrediente base dello sport. Possiamo meravigliarci ed entusiasmarci osservando la potenza di chi questo limite supera e abbatte.<br />
<strong>Eppure c&#8217;è qualcosa che commuove di più, che più ci riguarda: la morte di un sogno, la fine di una speranza, la sconfitta. Volti e lacrime lontane dalla gioia, con dentro i fotogrammi crudi di un film</strong>. Questo film racconta un lungo percorso in tutto simile a quello compiuto dagli eroi vincenti, ragazzi e ragazze distanti un centimetro, un millesimo, un metro, raggianti, medagliati. Racconta la stessa dedizione, una identica tenacia, un viaggio analogo, costruito su fatica e talento. Un viaggio che nei pressi del traguardo nega il premio, ciò che per regola e convenzione determina un successo. Eppure, dal quarto in giù l&#8217;oro appare eccome, mostra una miniera a disposizione di chi guarda. Dentro la quale possiamo leggere più chiaramente una storia, possiamo misurare una emozione più articolata e profonda perchè propone una condizione più nota a ciascuno di noi, più connessa al vivere di chi cerca una prestazione giorno dopo giorno, sperimentando, giorno dopo giorno, anche -non solo, ovviamente- l&#8217;impossibilità di salire sul podio, di farcela.  Sta nelle lacrime di chi ha perduto il patrimonio straordinario dell&#8217;agonismo. Lì, soprattutto, possiamo comprendere davvero l&#8217;altro, una persona che all&#8217;improvviso e finalmente, si fa accessibile e vicina, ci spiega quanto sia faticoso provarci, quanto amaro sia cadere ma anche e soprattutto quanto sia utile mettersi alla prova, anche nel momento in cui proprio lo sforzo perde- insieme alla gara- ogni significato.  Due settimane per una serie di incontri senza prezzo. Non ricordiamo i nomi, alcuni atleti nemmeno li abbiamo visti, sono usciti di scena al primo turno, nelle eliminatorie, hanno mancato la forma, il tempo, la finale. Eppure loro più di ogni altro, ci hanno permesso di attraversare un campo denso. Dentro il quale ci stanno sveglie all&#8217;alba, sacrifici non raccontabili, una personalissima, intima sfida. Che propone sempre una consolazione. La misteriosa capacità di sfruttare l&#8217;oro che sta soltanto nella sconfitta per ricominciare a correre, a provarci, convinti di cavare soddisfazioni formidabili senza alcun riconoscimento, certi  di non essere soli.</p>
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		<title>Intoccabili e Immancabili</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jul 2012 09:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Terruzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il segretario uscente del Coni Gianni Petrucci ha già chiarito. Ci sarà anche tra quattro anni, a Rio, &#8220;con il Basket&#8221;. Tra quattro anni Petrucci di anni ne avrà 72. Con lui, a Londra, petto gonfio e doppiopetto blu, ci sono gli &#8220;Immancabili e Intoccabili&#8221; del nostro sport, vale a dire Franco Carraro, classe 1939 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/07/MNB_SRequestManager-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-108" title="LONDRA 2012:  The Italian delegation" src="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/07/MNB_SRequestManager-2-300x216.jpg" alt="" width="300" height="216" /></a>Il segretario uscente del Coni<strong> Gianni Petrucci</strong> ha già chiarito. <strong>Ci sarà anche tra quattro anni, a Rio, &#8220;con il Basket&#8221;</strong>. Tra quattro anni Petrucci di anni ne avrà <strong>72</strong>. Con lui, a Londra, petto gonfio e doppiopetto blu, ci sono gli <strong>&#8220;Immancabili e Intoccabili&#8221;</strong> del nostro sport, vale a dire <strong>Franco Carraro, classe 1939 e Mario Pescante, classe 1938.</strong> Così, mentre ovunque si parla delle antiche, inossidabili signore dello sport italiano, dalla <strong>Vezzali</strong> alla <strong>Idem</strong> alla <strong>Sensini</strong>, tutte prese a battere dei record di longevità, passa via come se fosse una cosa normale l&#8217;età media della comitiva che le guida, che guida dai tempi delle Guerre Puniche gli azzurri da ribalta internazionale.<strong> Non se ne perdono una, i nostri Intoccabili.</strong> <span id="more-106"></span> E non mollano, figuriamoci. Nonostante un grande avvenire dietro le spalle, nonostante una sfilza di strafalcioni più o meno dimenticati dato l&#8217;aplomb e le robuste relazioni politiche, <strong>nonostante sia il tempo per altro.</strong> Una bella casa al mare, una passeggiata in montagna, che so, dei nipotini, quel bel tempo lì, che abbina una età da pensione ai vantaggi della pensione soprattutto se il conto in banca lo permette, se lo sport ha radicato buoni principi. Macchè.<strong> Per loro l&#8217;importante è partecipare, comunque, dovunque, all&#8217;infinito</strong>. Non mollano e, a quanto pare, non molleranno mai. Il che produce una immagine nostra, italica e azzurra, per un verso molto in linea con il resto del Paese, per un altro niente affatto in linea con la freschezza, la modernità, l&#8217;agilità che nella fantasia si abbinano con una olimpiade.</p>
<p>Ma se dai Giochi di Londra avremo nomi nuovi, volti nuovi, giovani atleti da trasformare in simboli giovani e a tempo determinato, <strong>non avremo ahinoi, alcuna novità sul fronte della politica sportiva</strong>.  Al timone restano loro, guai. I soliti. Lo dicono, lo preannunciano oppure fanno gli gnorri, fanno finta di niente, come se fosse una cosa normale occupare quei posti lì, a quell&#8217;età lì, per il loro piacere, per un vizio di presenzialismo un po&#8217; deprimente, visto da qui. <strong>Ragazzi, dai, su, pensionatevi che è il tempo, che il tempo è scaduto.</strong> In modo da contribuire alla favoletta dei buoni esempi in arrivo dallo sport che tanto amate, conoscete, cavalcate. Dai, su, anche perchè, volendo, un campo per una partita a bocce sotto un pergolato, dove ricordare i bei tempi andati, non ve lo negherebbe nessuno. Seeee, ciao.</p>
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		<title>Campioni senza palle</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jul 2012 08:21:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Terruzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Viva la Madonna se ne trovo uno. Uno da poster. Uno da passione senza limiti e confini. Uno da tenere vicino, così, per compagnia. Niente, manca, anche a fare degli sforzi. La misura della penuria la offrono quei calciatori lì, che magari segnano un gol o due e siccome non c&#8217;è in giro niente di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/07/small_120525-125518_Bast250512spo_0018.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-96" title="Alessandro Del Piero e Italia Independent - Conferenza Stampa ADP10 Occhiali" src="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/07/small_120525-125518_Bast250512spo_0018-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Viva la Madonna se ne trovo uno</strong>. <strong>Uno da poster</strong>. Uno da passione senza limiti e confini. Uno da tenere vicino, così, per compagnia. Niente, manca, anche a fare degli sforzi. <strong>La misura della penuria la offrono quei calciatori lì,</strong> che magari segnano un gol o due e siccome non c&#8217;è in giro niente di niente, sembrano dei fighi, dei figli da adottare, dei beniamini da coccolare. Si, per minuti sette e mezzo però, visto che a tenere la scena sono capaci come me alla Scala. Ciao.<span id="more-94"></span><strong>Forse sono stitico, a furia di stitichezze da campo. Forse sono vecchio, a furia di aspettare</strong>. Ma, insomma, di gente in giro capace di stupirti prima e di farti innamorare poi non ne vedo. Fammici pensare, fammi fare uno sforzo&#8230; Per esempio alcuni calciatori, sempre per restare in tema, <strong>sembrano capaci di fare i simpatici solo a pagamento</strong>. Fanno i simpatici negli spot, ecco, poi basta. <strong>Prendi Tott</strong>i. Fa ridere solo lì, quando sta con la sua signora sul set. Poi si trasforma, pare un cupo cronico, a cosa pensi nessuno davvero lo sa. <strong>Prendi il Del Piero</strong>. Bella faccia, educato, lui e la sua acqua che fa fare la pipì, <strong>che poi dice &#8220;plin plin&#8221; mai capito perchè</strong>. Puoi aspettare degli anni per beccarti un guizzo a fondo perduto, senza l&#8217;acqua, voglio dire, senza uccellino e senza la sua pard morettona che di mestiere fa la ex miss. <strong>Cavani?</strong> Bravo ma silente, omologato. <strong>Boateng?</strong> Forte ma fa troppe scene, un montato, a voler guardare.</p>
<p>Palloni tanti, palle zero. <strong>Altri? Mah&#8230;Boh. Valentin</strong>o, ecco, Valentino per fare ha fatto e strafatto<strong> ma adesso è in rosso, depresso, troppo giù per dirti una scemanza a gratis come fec</strong>e, come si fa quando sei uno con le palle perchè te ne sbatti le palle, appunto, del bon ton, delle frasi confezionate, prevedibili, previste. <strong>Alonso per esempio, le palle le ha belle grosse,</strong> ma le usa solo per guidare. Quando articola pare un disco per l&#8217;estate, mai che tiri fuori un pezzo di pancia, una verità vera. Di <strong>politica</strong> non parla nessuno perchè hanno tutti da ringraziare i compagni, il mister, la squadra, i meccanici, il presidente, il generoso pubblico. Di <strong>religione</strong> figuriamoci che il tema è delicato. Di <strong>donne</strong> mai e poi mai perchè sennò il gossip ne patisce. <strong>E la privacy, e la famiglia, </strong>e la nonna con bambingesù. <strong>Mai uno che ti dica:</strong> <strong>guarda sai cosa? Ieri sera sono stato fuori sino alle 4 con una camionata di polacche</strong>. Ohhhh!  Che poi sarebbe la verità, tutta condita di tatuaggi, figuremes. Mai uno che dica: <strong>ho votato Forza Italia, PD, Beppe Grillo.</strong> Mai uno che da solo, per conto proprio, prenda una <strong>iniziativa forte, esposta, con un minimo di rischio</strong>. In compenso sono tutti contro il razzismo, sono tutti contro gli eccessi del tifo, sono tutti contro i cattivi perchè loro, trattandosi di sport, sono buoni sin da piccoli, quasi sempre. Cosa importa se magari mettono su la moglie e i bambini contro la propria squadra, vista la quota invitante del bookmaker? <strong>Ragazzate, tutta gioventù.</strong> Fanno gli appelli, mettono la sciarpetta a scopo benefico, si prestano per sensibilizzare ma sono insensibili come le bitte del molo.</p>
<p><strong>Una tristezza mai vista. Una monotonia devastante. Scontati, prevedibili, loffi.</strong> Dimmene uno che si smarca, dai! Uno da poster in cameretta. Uno capace di una fantasia, data e innescata, lanciata nell&#8217;aria a fondo perduto. <strong>Campioni? Di che?</strong> Perchè non basta mica fare il gol, il record, l&#8217;exploit. <strong>Ci vuole l&#8217;anima, oltre il talento, il muscolo, la pedata</strong>. E l&#8217;anima non compare, sta chissà dove, segregata, incrostata in un conformismo da latte alle ginocchia. <strong>Un peccato perché i campioni, in teoria, servirebbero da matti.</strong> <strong>Per sorridere senza motivo, per provare ad imitarli</strong>, per cacciare un sasso nello stagno, evitando di nascondere la mano, l&#8217;avambraccio, la faccia, il maglione. <strong>Servirebbero proprio adesso, con l&#8217;andazzo che c&#8217;è, così scarico di benzina</strong>. Macchè, niente. Totti? Chissenefrega. Del Piero? Ma va là.  Mica posso gasarmi con gli attori.  Per quello, casomai c&#8217;è James Bond o l&#8217;Uomo Ragno.  <strong>Paghi il biglietto e buonanotte suonatori.</strong></p>
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		<title>Pacchi olimpici</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jun 2012 12:32:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Terruzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il virus olimpico si scatena matematico ogni quattro anni trasformando della gente che di norma se ne sbatte altamente in patrioti indefessi, guai a toccare l&#8217;azzurro, qualunque cosa accada. Il fatto è che durante i Giochi, appunto, accadono cose insensate, misteriose, del tutto incomprensibili. Prendiamo la scherma, ad esempio. La scherma, ecco, specialità che interessa relativamente quelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/06/londra.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-88" src="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/06/londra-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" /></a>Il virus olimpico si scatena matematico ogni quattro anni trasformando della gente che di norma se ne sbatte altamente in patrioti indefessi, guai a toccare l&#8217;azzurro, qualunque cosa accada. Il fatto è che durante i Giochi, appunto, <strong>accadono cose insensate, misteriose, del tutto incomprensibili</strong>. Prendiamo la <strong>scherma</strong>, ad esempio.<span id="more-84"></span> La scherma, ecco, specialità che interessa relativamente quelli che tirano di scherma, figuriamoci gli altri. Ora, siccome l&#8217;Italia, sull&#8217;argomento è ferrata in tutti i sensi, apriti cielo.<strong> Il problema è che nessuno sa veramente chi vince o chi perde</strong>. Non lo sanno gli atleti e le atlete, impegnati tutti a dare di matto ogni venti secondi, a esternare crisi di nervi sparse, urla isteriche e compagnia bella. Non lo sanno gli spettatori, figurarsi i telespettatori, che vedono due persone vestite di bianco compiere gesti inconsulti, arma alla mano per giunta. E non lo sanno i giudici, sia chiaro, con la loro parlantina rigorosamente in francese (perché? mah, non si è mai saputo), pronti a dire delle parole a vanvera con la pretesa di ricostruire un assalto che ricostruirlo francamente non si può. Niente, loro sparano lì del parbleau ed è fatta. Stoccata assegnata a questo o a quello senza che nessuno dica ba, anche perchè è impossibile contestare l&#8217;invisibile. La scherma&#8230; ma pensa te. Eppure, quando arriva il momento delle medaglie, tutti a cercare di seguire, facendo un tifo della madonna, in attesa che il giudice sedicente francese dica la sua e faccia accendere il quadratino luminoso. E&#8217; il quadratino che fa la parte del leone, il resto è  irrilevante, chissà, mica trattasi di un gol, di un traguardo da tagliare, eccolo lì.</p>
<p><strong>Prendiamo la lotta grecoromana.</strong> Intanto, chi di voi ha mai conosciuto uno che da grande vuole fare la lotta grecoromana? Chissà com&#8217;è che un ragazzino, ad un bel momento, invece di tirare due tiri a pallone, invece di divertirsi con il <strong>rugby</strong>, invece di pedalare o di nuotare, si lancia su un tappetino aggrovigliato ad un altro, con attorno dei giudici (pure lì, ma chi sono? cosa fanno per il resto della loro vita?) che fingono di capire cosa accade in quel garbuglio di polpacci e bicipiti. Non si sa cosa accade, non lo sa nessuno, anche se qualcuno prima o poi vince o perde. E resta lì come un orfanello, con su <strong>quella tutina che indossano nel mondo intero soltanto i lottatori di lotta grecoromana</strong>, sette o otto in tutto, stivati in un qualche sottoscala sino all&#8217;arrivo dei Giochi con le bretelline, il body da gamba corta stabile.</p>
<p><strong>C&#8217;è il taekewondo</strong>, alla Olimpiadi. Cosa diavolo è? Chissenefrega, metti che in quella zona lì, la prestigiosa, magica, attesissima &#8220; Zona Medaglie&#8221;  si aggiri un azzurro e te lo faccio vedere io quanto è interessante la zona. Alè, presi dal taekwondo, magari accanendoci contro un cubano, un brasiliano, un cipriota perchè il bastardo, il vero bastardino, si oppone alla vittoria del nostro. Anzi, del Nostro, maiuscolo, così impara, il cubano.</p>
<p><strong>Vogliamo parlare del tiro al piattello?</strong> Tutta gente che spara dalla mattina alla sera, il che basta e avanza per dare una misura della condizione, del carattere, della pericolosità potenziale del soggetto. Pam, pam, pam&#8230;.  settemilatrecentosettantadue piatteli colpiti su settemilatrecentosettantratre. <strong>Dei potenziali killer professionisti</strong>, in buona sostanza. Ci sono anche quelli che vanno via di <strong>pistola</strong>, irriconoscibili persino per i parenti dato l&#8217;ambaradan di accrocchi avvitati sulla testa, sull&#8217;occhio che non serve. Sparano ma non si sentono, pfittt, pfittt&#8230; e anche qui, come vadano davvero le cose per i Nostri non si sa. In compenso sappiamo che il cinese, lì a un metro, è una vera, autentica, strepitosa merda umana, avanti di tre punti, da gufare sino allo sfinimento.</p>
<p>In quei giorni, i gironi delle zone medaglie, ci sono avvocati o camerieri o idraulici che di punto in bianco pronunciano la parola<strong> &#8220;badminton&#8221;</strong> così come pronunciano &#8220;causa&#8221;, &#8220;cotoletta&#8221; o &#8220;brugola&#8221;. In quei giorni lì ci sono persone che mangiano seduti sul divano per <strong>seguire il dressage</strong>. No, dico, il dressage, che è come il <strong>nuoto sincronizzato fatto fare ai cavalli</strong>, poveri sacramenti anche loro, tutta una roba di zampetta qui, zampetta là, nastrino su, frustino giù, che se per caso scappa un colpo di tosse sei fottuto.</p>
<p><strong>Per non parlare della ginnastica con le clavette</strong>&#8230; le clavette? Oh, gesù. Per non dire della ginnastica con i nastrini che fanno i ghirigori. Per non dire del <strong>pentathlon moderno</strong> (moderno in che senso? da quando? per quanto?). Ora, il pentathlon, ai più, fa venire in mente la pozione somministrata da Diabolik alle vittime per farle parlare. Solo che non puoi parlarne, appunto, perché avverti il rischio di dire una cazzata. Quindi sarà qualcosa d&#8217;altro. Cosa esattamente non lo sa nemmeno la <strong>signora Wikipedia</strong> in persona, ma transit, come dicono in via Lomellina.  Fa niente, metti che un Giulio, un Carlo, un Giovanni sia buono per una medaglia&#8230; Guai a saltare il pentathlon. Moderno, per giunta, fai te.</p>
<p>Poi, a cose fatte, quando tutto finisce, quando si torna alla vita normale, roba di <strong>moto e macchine, pallone e pedale</strong>, di tutto &#8216;sto bagaglio olimpico non si sa che farne, lo si getta in soffitta per anni quattro circa. Salvo saltar su ogni tanto a dire che in fondo, quel Carlo che ha vinto l&#8217;oro nel pentathlon, non se  lo caga mai nessuno, poveretto, chissà i sacrifici che ha fatto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>E&#8217; un paese per vecchi</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jun 2012 16:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Terruzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cominciamo da due pubblicità. La prima è della Citroen e mostra un uomo che frega deliberatamente un altro fingendosi amico e utilizzando tre cagnetti ammaestrati per fare benzina a spese dell&#8217;altro.  Per chiunque abbia un minimo di senso delle regole o semplicemente di buon senso trattasi di stronzo da sbattere in galera. Invece pare un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/06/alilouisvuitton.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-80" src="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/06/alilouisvuitton-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Cominciamo da due pubblicità. <strong>La prima è della Citroen</strong> e mostra un uomo che frega deliberatamente un altro fingendosi amico e utilizzando tre cagnetti ammaestrati per fare benzina a spese dell&#8217;altro.  Per chiunque abbia un minimo di senso delle regole o semplicemente di buon senso trattasi di stronzo da sbattere in galera. <strong>Invece pare un furbetto. Così si fa. Anzi, così facciamo, noi fighi</strong>. Noi italiani? Pare di sì. Complimenti.</p>
<p><span id="more-76"></span>Lo spot con il bastardo che frega l&#8217;amico va in onda prima o durante o dopo le partite del campionato europeo. Nonostante una massiccia e ammuffita campagna al sostegno degli azzurri f<strong>accio fatica a fare il tifo per questi ragazzi tatuati</strong> che &#8211; non  a caso &#8211; invecchiano col passare dei minuti. Circondati da parole che sanno di polvere, da volti impolverati, da una quantità di banalità pronunciate con la scusa della Nazionale che tutti ci unisce. Balle. Se poi aggiungiamo un tg o uno scanalamento casuale incrociamo ancora, costantemente <strong>vecchi chiacchieroni da talk show, invitati in una quantità stupèfacente di talk show</strong> (anche radiofonici per la verità) da conduttori bacucchi, convinti che una <strong>Santanchè</strong>, che so, un <strong>Borghezio</strong>, chiunque spari con il mitra pur di litigare, funzioni.</p>
<p>Invece l&#8217;unica cosa che va in moto è l&#8217; acido lattico, abbinato ad una depressione senza sponde. Non solo vecchi mestieranti che non hanno nulla, ma proprio nulla da dire, ma una contaminazione che entra nello sport, vale a dire un ambito dove <strong>la leggerezza, la modernità, la ferocia agonistica, lo straniamento</strong> dovrebbero dominare la scena enamando energia. Forse, a furia di vecchi trucchi, vecchi sistemi, vecchie parole, anche il calcio presenta segni di logoramento. Certamente li innesca. Non a caso <strong>il dibattito più acceso attorno ai campionati europei ha viaggiato attorno alla parola &#8220;froci&#8221;</strong>.  In un festival di goliardica omofobia, mischiata a frasi così illuminate da sembrare finte pure loro. Paradossalmente l&#8217;immagine di come siamo da qui viene fuori. Dallo spot Citroen e da ciò che viene prima e dopo. Non a caso l&#8217;avventura italiana agli Europei, a detta di chi la sa lunga, è legato alla pastetta che potrebbero fare gli altri. Immaginati a nostra immagine e somiglianza, ovviamente, secondo una modalità preistorica anche quella. Questo siamo, del resto e a quanto pare. Bravi nel fregare la benza fingendoci amici.</p>
<p>Per fortuna arriva un piccolo aiuto prezioso e a sorpresa. Altra pubblicità. Questa qui appare su molti quotidiani a firma <strong>Louis Vuitton</strong>. Una foto. C&#8217;è il vecchio <strong>Muhammad Alì</strong> che osserva un bambino di cinque o sei anni. Il bambino potrebbe essere suo nipote ma non importa. <strong>Ha una bellissima faccia e indossa i guantoni.</strong> Alì, bellissimo pure lui, sembra dire:  ecco, tocca a te. Certo di avere davanti un ragazzino pronto e altrettanto fiero. <strong>Lui, che è stato moderno dalla prima all&#8217;ultima parola, si mette da parte</strong>. Lo dichiara. E, modernamente, in un orbita lontanissima da questa, lascia fare, lascia giocare, lascia sbagliare, lascia tentare. A chi ha gli anni e la forza per farlo, adesso, meglio, molto meglio di lui.</p>
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		<title>Una scommessa vinta</title>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2012 07:48:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Terruzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si chiamava Gigi Malanca. E’ morto domenica nel silenzio della campagna mantovana. La stessa che lo ispirò, trasformandolo nel protagonista di una storia preziosa e simbolica, romantica e temeraria. Co-protagonista, per la verità. Perché allora, nel giugno di quel 1954, aveva un complice, Gianni Stori, coraggioso e altrettanto vivace. Due ragazzini di anni 14, presi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/05/1000-Miglia-1954-Ascari-Lancia-D24.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-68" src="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/05/1000-Miglia-1954-Ascari-Lancia-D24-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" /></a>Si chiamava <strong>Gigi Malanca</strong>. E’ morto domenica nel silenzio della campagna mantovana. La stessa che lo ispirò, trasformandolo nel protagonista di una storia preziosa e simbolica, romantica e temeraria. Co-protagonista, per la verità. Perché allora, nel giugno di quel 1954, aveva un complice, Gianni Stori, coraggioso e altrettanto vivace. Due ragazzini di anni 14, presi dal vento, dalla velocità, dal rumore travolgente della <strong>Mille Miglia</strong>. <span id="more-64"></span>La grande corsa tagliava la pianura, forniva un appuntamento da aspettare sognando. Fari da seguire nella notte, da interpretare al rapidissimo passaggio. Campioni come figure di un mito già solido. <strong>Alberto Ascari</strong> che va a vincere, finalmente, con la <strong>Lancia</strong>. Gigi e Gianni fremono, applaudono, godono un mondo. Ma arriva il momento di fare la nanna. Spediti a letto, dai che è già tardi, filare, silenzio, stop. I due amici si infilano sotto le coperte, chiudono gli occhi. Dormono? Fingono. La casa della famiglia Malanca è una forma scura nella notte quando Gigi e Gianni si rivestono, in un silenzio carico di profumi. Olio ricinato, benzina come additivi dell’azzardo. Scendono nel garage, cavano fuori da un armadio un pennello e un barattolo di vernice bianca. Dipingono un numero sul muso, sulle fiancate della Topolino acquistata fresca dal signor Malanca, smaltata e pronta come un purosangue nella gabbia. I numeri di gara, del resto, così apparivano. Dipinti, appunto, su cofani fiammanti. I ragazzini spingono, si allontanano, mettono in moto. Gigi al volante, Gianni al suo fianco. Come Nuvolari e Guidotti. Come Varzi e Bignami, Biondetti e Salani. Dallo sterrato, all’asfalto.</p>
<p>Nessun ostacolo. Si va. La Topolino di Malanca-Stori corre sulla strada. Corre la Mille Miglia. Infilata tra Ferrari e Osca, Porsche e Alfa Romeo. E’ una pazzia, una meraviglia. Gli applausi della folla inquadrata dai fari per un attimo, le urla, le curve da prendere con allegria. Piloti in gara, eroi. Magari po’ incerti nella traiettoria. Nessuno se ne accorge. Mille Miglia. Mille Miglia. Mille Miglia. La Topolino avanza, sbanda, resiste. Sino a Vicenza, le miglia, una manciata, nemmeno poche. Sino a un errore di guida, cose che capitano in una battaglia così. La macchina si inclina, striscia per terra la fiancata. Incidente, soccorsi, polizia. I piloti escono dalle lamiere. Sono in salvo. Sono piuttosto piccoli di statura. Piccoli, sì, vivi e vispi. E’ l’alba quando i coniugi Malanca vengono svegliati all’improvviso. Bussano. Carabinieri. “Che succede, Maresciallo?”, domanda la donna, un po’ frastornata. “Signora, sa dirmi dove si trova suo figlio?”. E lei, candida: “Ma è di sopra che dorme”. E lui, il Maresciallo, con uno strano sorriso: “No, guardi, è lì, sulla camionetta, col suo amico”. Furono urla e botte, fu un castigo esemplare. “Ma dimmi tu che razza di disgraziati”. Passano le ore, ne passano 24 e a quella porta bussano ancora. Fuori c’è un gran macchinone blu scuro, ci sono signori eleganti, giacche e cravatte. “Oh Gesù, me lo portano via, li portano in galera”. Macchè. Li portano a Brescia. Caricati su un mezzo ufficiale, un’automobile dell’organizzazione.</p>
<p>A Brescia, dove sta il traguardo, dove c’è Ascari Alberto che ha appena vinto la grande corsa. Gigi Malanca e Gianni Stori: premiati. Premiati proprio da lui. Anzi da Lui, Ciccio, due volte campione del mondo. Alberto Ascari. Premiati, ma certo. Perché le corse sono avventure del coraggio e della fantasia. Perché quei due ragazzini significano una scommessa vinta. Mille Miglia. Automobili da immaginare e poi automobili da acquistare, automobili da guidare. Per tutti. Per un’epoca senza confronti. Il sogno correva ormai come un filo di seta nel cuore del Novecento. La prova? Eccola. Anzi, eccoli qui. Gigi Malanca e Gianni Stori, piloti. In corsa con la Topolino di papà. Età, anni 14. Giorgio Terruzzi</p>
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		<title>Piccoli eroi</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 09:18:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Terruzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa mattina anche Milano pare linda, lucidata dal vento. E&#8217; il sapore dell&#8217;aria, la luce all&#8217;alba, una piastra di zinco che luccica come folgorata, sopra un tetto. Fotogrammi per l&#8217;inizio di un film. Un film che porta scansioni nitide e brevissime di memoria. Sono schegge preziose perchè contengono un piccolo alito di estate, un sapore di silenzio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/05/rivarovesciata.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-52" src="http://tuttarobapiccola.sportmediaset.it/files/2012/05/rivarovesciata-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Questa mattina anche <strong>Milano</strong> pare linda, lucidata dal vento. E&#8217; il sapore dell&#8217;aria, la luce all&#8217;alba, una piastra di zinco che luccica come folgorata, sopra un tetto. Fotogrammi per l&#8217;inizio di un film. Un film che porta scansioni nitide e brevissime di memoria. Sono schegge preziose <strong>perchè contengono un piccolo alito di estate</strong>, un sapore di silenzio, le ginocchia sbucciate di un bambino, la catena di una bicicletta, il profumo che sta soltanto nelle cabine al mare. Vernice fresca. Salsedine. Minimi ingredienti di libertà.<span id="more-48"></span> <strong>I bambini sguazzano nell&#8217;estate e nelle loro estati trovano qualcosa di indelebile</strong>. Emozioni come piccoli approdi dentro i quali avvengono misteriosi passaggi, qualcosa che poi, negli anni ritrovi per magia, con una malinconia dolce, un fiotto di tenerezza. Dentro ogni estate sta un amore, una amicizia sbocciata, un distacco, un ritorno. <strong>Dentro ogni estate sta un volto. Almeno uno.</strong> E dentro ogni estate sta un campione al quale aggrapparsi per scandire la gioia. Ogni volta che incontro <strong>Gigi Riva,</strong> il mio film parte d&#8217;incanto. Basta un filo d&#8217;aria ed eccolo, proiettato sulla parete della mia stanza, sulla visiera del casco, ovunque. Gigi Riva è una comparsa ma il suo ruolo, nel mio campo, è decisivo. <strong>Segna, Riva. Non un gol ma un tempo in cui a lui, al suo corpo nervoso in bianco e nero, tutto si raccorda.</strong> Gigi Riva spalanca un album,  quello lì, del tempo suo e nostro. Mio padre che fuma alla fine della giornata, le voci che rimbalzano in un cortile, le parole di un telecronista e poi automobili Lancia blu scure, la cartolina dei raggi della bici che fa trrrrrrrr.</p>
<p><strong>Ho avuto fortuna</strong>. Ho avuto Riva. Poi ho avuto <strong>Gimondi</strong>.  Ho avuto <strong>Rivera</strong>. Ho avuto <strong>Lorenzo Bandini</strong>. Li ho qui ora, come allora, per ricordare come andarono le cose mie e nostre, i luoghi di una infanzia sprovvista di attrezzi, di vezzi, persino di vizi, ma colma di eroi.<strong> Loro, che andavano a correre o a giocare regalandomi la fantasia di emularli, in qualche modo, correndo e giocando a modo mio.</strong> Eroi loro, presenti al punto da regalare una ipotesi di eroismo persino a me, a ciascuno di noi. Figure da aspettare dentro l&#8217;afa. Perchè a un certo punto a loro sarebbe toccato entrare in una scena pronta, predisposta, attesa come una ragazza al primo appuntamento. <strong>Così è stato, così mi auguro che accada a chi è bambino ora e magari fa fatica a trovare un eroe per il quale fare il tifo,</strong> un eroe piccolo e proprio con il quale esplorare l&#8217; estate in compagnia. La ricerca non è così semplice, mi pare, così come fu per noi. Campionato, Europei, Olimpiadi sembrano occasioni perfette. Per fare gruppo, per fare il tifo, per stare insieme. <strong>Non resta che scovare un capitano intimo, personalissimo.</strong> La ricerca è decisiva ma difficile, direi. Non ho un nome, un cognome, un suggerimento certo e mi dispiace moltissimo. Per chi ha meno anni e persino per me, che sono vecchio e senza richieste.</p>
<p><strong>Gigi Riva mi aiuta ancora</strong>. Mi porta a correre attraverso la città, in un primo giorno d&#8217;estate, con una gioia che, magicamente, toglie gli anni, rinnova il profumo dell&#8217;erba, di una cabina dipinta di rosso a due passi dal mare.</p>
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